Sotto i tergicristalli, ieri mattina, ho trovato un volantino pubblicitario di una scuola lingue. Una volta ho frequentato una di queste scuole: una di quelle soluzioni prese in un momento in cui o ti riempi la vita o la tristezza ti riempie. Avete presente, no? Il classico periodo di fine relazione.
Allora “vai, – mi sono detta – affina l’inglese che serve sempre”, e sono andata.
Pacchetto di dieci lezioni pagate seduta stante a prezzi convenientissimi (per loro), sedute effettuate tre: quel giorno, infatti, la cara Johanne decide di fare conversation sulla sfera emotiva e succede che io – in un raptus – inizio a piangere, vergognandomi infinitamente ma non riuscendo a smettere.
Non capisco se la crisi sia dipesa dal dover parlare ancora di te, o dal doverlo fare in una lingua che con “love” pensa di aver capito tutto dei sentimenti: bene, amore, affetto, stima. Tutto in 4 lettere. Per me era inaccettabile: ne avevamo così tante di sfumature, noi.





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